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Posted by on Mag 6, 2017 in MOTO |

CLASSIC JAPAN SUPERBIKE. LE “SEMPREVERDI” GIAPPONESI.

Passano le mode, cambiano gli stili, ma le Classic Japan Superbike, ovunque le si trovi, meritano sempre sguardi d’ammirazione. Questo perché sono moto che, pur nella solo semplicità ed essenzialità, incarnano l’idea di dinamismo, libertà e potenza. Due ruote, un bel motore 4 cilindri in linea, un telaio essenziale e robusto, un serbatoio ed una sella: la ricetta è sempre la stessa, con poche varianti. Ma sono sempre quei pochi particolari, insieme all’equilibrio di forme, a renderle dannatamente affascinanti.
Ora che il vintage è di moda, le Classic Japan Superbike hanno riacquistato interesse, ma per gli appassionati questo interesse, in realtà, non è mai venuto meno.
Per i quattro grandi costruttori giapponesi erano le ammiraglie della loro produzione negli anni ’80, e nelle versioni previste dai regolamenti erano protagoniste delle mitiche sfide nel campionato AMA Superbike, guidate da campioni come Eddie Lawson, Freddie Spencer, Kevin Schwantz e Waine Rainey, hanno fatto sognare generazioni di appassionati.

Per anni sono rimaste nei listini, nonostante la forma e la sostanza delle moto sportive avesse preso la traccia segnata dai prototipi del Motomondiale, e molte lo sono ancora adesso in Giappone (sia a “cilindrata piena” che nelle versioni a 400 cc), dove rimangono oggetti di culto e di cultura motociclistica, amate dai motociclisti benestanti anche in qualità di status symbol.
Ma il motivo principale per cui le Classic Japan Superbike sono “sempreverdi” è dovuto alla loro cura costruttiva, perfette ed in alcuni casi maniacali anche nel dettaglio, nella qualità e solidità dei motori, della ciclistica, delle verniciature e di tutti i componenti, che sono sempre il top della produzione interna ed anche dei partner nella componentistica.
Facciamo, ora, una carrellata di alcuni splendidi esempi, sia in commercio (pochi) che fuori produzione.


YAMAHA XJR1300

Mi pare corretto partire con una moto che, se pur passata per qualche restiling più o meno profondo, è rimasta tal quale nella sostanza da molti lustri.
Evoluzione stretta della 1200, sul mercato dal 1995, la XJR 1300 ha cavalcato un momento magico del marchio dei diapason, ovvero l’inizio degli anni 2000.
Il poderoso 4 cilindri 1.251 cc superquadro a 16 valvole DHOC è raffreddato ad aria, e passò dai 4 carburatori Mikuni all’iniezione (2007), così come i cavalli salirono da 98 a 106, per poi ridiscendere sotto il limite “psicologico” dei 100 cv. Peso importante, ma grande equilibrio e spinta poderosa. La sella comoda si accorda con un assetto abbastanza rigido, d’impostazione sportiva. Di grande effetto (non solo scenico) i due ammortizzatori Ohlins con serbatorio separato a gestire il carico sul posteriore. I cerchi da 17 e la gommatura stradale/sportiva ne confermano il ruolo di stradale pura, e non di bell’oggetto da vetrina.


La Yamaha XJR 1300 è l’unica Classic Japan Superbike a reggere su mercato. Mossa decisamente furba, quella della casa di Iwata, visto che l’ha perfettamente collocata nella sua gamma Sport Heritage, declinata anche nella versione Racer, e rivista esteticamente con molta discrezione, nell’ottica dello stile Faster Sons.


HONDA CB1300
I cultori del marchio dell’ala sano bene che la sigla CB indica le stradali pure. La CB1300, nata anch’essa a cavallo del secondo millennio, riprendeva forma ed ispirazione dalla CB1000 degli anni ’90, ma la arricchiva del generoso ed imponente quattro cilindri 16 valvole da 1.281 cc raffreddato a liquido da 114 cavalli (nella versione 2003 ad iniezione, la più longeva). Dotazione ciclistica di prim’ordine, gomme stradali sportive e cerchi da 17, ma con tarature adatte al viaggio, la Honda CB1300 non tradisce la filosofia Honda, risultando (relativamente) facile e maneggevole, con un’erogazione progressiva ed una frenata modulabile anche a fronte dei quasi 240 chili sulla bilancia. Ispirata alla leggendaria Bol D’Or, ebbe successo (specie in Nord Europa) nella versione semicarenata, le cui forme richiamavano indiscutibilmente la regina dell’Endurance anni ’80.
La sua eredità è ora passata alla bellissima Honda CB1100, che però tradisce l’ispirazione sportiva richiamando, invece, la grande tradizione stradale della sigla CB.

Però, quantomeno dal punto di vista estetico e ciclistico, l’ultima versione RS si rimette sulla scia, con sospensioni Showa più sofisticate, cerchi da 17 con gomme stradali/sportive e pinze freni radiali (la versione EX ha cerchi a raggi da 18 di minor spessore e freni ad attacco assiale).


KAWASAKI ZRX1200
Probabilmente, la Classic Japan Superbike più vicina al concetto di sportiva anni ’80 è stata proprio la “verdona”. Forme muscolose ed abbondanti come le altre, ma motore più tonico e propenso a spingere in alto. Il suo 4 cilindri 16 valvole raffreddato ad acqua (le alette, come per la Honda CB1300, hanno funzione estetica) ha 114 cavalli vispi e urlanti, e la ciclistica è un eccellente compromesso tra uso stradale ed uso sportivo. Nonostante l’aspetto massiccio, era la più leggera tra le “contendenti”.
La ZRX1200 arrivò nel 2003, dopo una breve parentesi della pur ottima ZRX1100 (che derivava dalla Zephyr anni ’90), e venne venduta in tre configurazioni: la N, naked (non ricordo, sinceramente, se fosse commercializzata in Italia), la S, semicarenata, e la ricercatissima R, più conosciuta come “Eddie Lawson Replica”, con piccolo cupolino e fanale rettangolare.

E’ proprio quest’ultima ad essere, oggi, un oggetto del desiderio sul mercato dell’usato, forte di quella eccellente qualità costruttiva della Kawasaki “alto di gamma” che ne garantisce (se mantenuta con la giusta cura) una vita pressocchè infinita.


SUZUKI GSX1200/1400
Lascio l’ultimo spazio per dovere di alfabeto, ma anche per motivi sentimentali.
Della Suzuki GSX1200 (in Giappone chiamata Inazuma) mi innamorai, nel lontano 2001.
Discreta ed elegante nelle forme, dotata di un motore a prova di guerra atomica, la 1200 ha ballato sul mercato italiano solo tre anni, lasciando il campo il campo libero alla longeva “sorellaBandit.
E come la Bandit, si pregiava del quattro cilindri 16 valvole con raffreddamento misto aria/olio da 98 cv, dall’erogazione incredibilmente lineare e dalla coppia taurina. Una stradale doc, ma con equilibrio ciclistico ottimale che la rendeva maneggevole e sincera anche nella guida allegra.
Nel 2002, forse per andare a sfidare le rivali dirette, Suzuki abbandonò la “tranquilla” Inazuma 1200 e sfoderò la più poderosa delle Classic Japan Superbike: la GSX1400.
Possente, ipermuscolosa e sfacciatamente sportiva, la 1400 non stupiva per cavalleria (“solo” 106), ma lasciava di stucco per la coppia, di 108 Nm a soli 3.800 giri. Il motore dalla corsa lunga, sempre raffreddato aria/olio, manteneva le caratteristiche di erogazione della 1200, ma portava tutto molto più in alto. Per gestire questa forza (che comunque, nonostante l’aspetto imponente, rimaneva sul peso delle concorrenti), Suzuki dotò la GSX1400 di una ciclistica al top, così come i freni e le gomme che rispondevano al catalogo GSX-R. Insomma, una vera sportiva.


Non ne vidi mai una, in giro. Ne avevo solo un ricordo come di animale mitologico, forse eccessivo ed inutile. Questo fino a qualche mese fa, quando l’ho vista in Castiglia.
Bella come appena uscita dalla fabbrica, nel suo classico bianco/blu. Niente era fuori posto, come se il tempo si fosse fermato sulle sue forme scolpite e muscolose. Mi apparve stranamente ridimensionata, al confronto delle moderne endurone, eppure ancora maledettamente affascinante e “macho”.

Si, è per lei che mi è venuto in mente di celebrare le Classic Japan Superbike (sigla che mi sono inventato e che spero renda l’idea, rispetto al generico “standard motorcycle”…), ed insieme a loro uno dei periodi più belli e floridi del mercato motociclistico: gli anni 2000.

Walter Veltri