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Posted by on Apr 10, 2016 in AUTO |

VELOCE COME IL VENTO (ITALIAN RACE)

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Lo dico subito: Veloce Come il Vento, per gli appassionati di automobilismo, è un film assolutamente da vedere. L’ottima regia e la sceneggiatura collocano, infatti, il fulcro del racconto nel mondo delle corse automobilistiche, e le molte scene di gara e di corse su strada sono coinvolgenti ed adrenaliniche.

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Merito, soprattutto, del lavoro del regista, Matteo Rovere, che ha preferito puntare sulle riprese sul campo piuttosto che sull’uso dell’elaborazione delle immagini in post produzione. Il risultato è che ci si trova totalmente immersi nell’azione, quasi a voler calare lo spettatore all’interno dell’abitacolo o tra le vetture in corsa. Parliamo di auto vere, riprese in scene effettivamente ad alta velocità. Per ottenere questo risultato, Rovere ha persino fatto preparare ad hoc una BMW M3 seconda serie con macchine da presa in più posizioni, proprio per effettuare riprese dirette delle vetture impegnate in pista e su strada ad alta velocità, oltre a varie action-cam e droni. Il montaggio frenetico ma anche ben calibrato, poi, rende il risultato davvero notevole, trattandosi di un film realizzato con budget non holliwoodiano.

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Bellissime le varie scene in pista, realizzate anche riprendendo alcune gare del Campionato Italiano GT, ma anche con riprese ad hoc utilizzando molte delle vetture realmente iscritte. La Porsche 997 GT3 RS della giovanissima protagonista Giulia De Martino (Matilda De Angelis) si fa largo tra le Lamborghini e le Ferrari sulle piste italiane, che vediamo finalmente come se fossimo noi a correrci.

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Ma ci sono anche i box, professionali ma anche “ruspanti” del campionato ACI-CSAI, il briefing, i momenti di pausa tra una gara e l’altra, vissuti tra tensione, ansia e ricerca della concentrazione. Insomma, un tentativo ottimamente riuscito di far vivere lo sport dei motori dall’interno. Poi, c’è Lei: la Peugeot 206 T16 Evo II gruppo B. Traccia del glorioso passato da rallista di Loris De Martino (Stefano Accorsi), rimasta come icona sotto una “sindone” fino al momento finale, in cui diventa strumento del riscatto.

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Personalmente, la propongo ad un David di Donatello come Migliore Attrice non Protagonista. Gustoso anche l’improbabile ma imperdibile “cameo” della Peugeot 208 T16 di Paolo Andreucci (che ha, ovviamente, partecipato alle riprese insieme ad altri piloti del Campionato Italiano GT ACI-CSAI, ripresi anche nel paddock nel ruolo di “comparse di lusso”).

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Certo, non mancano le forzature: la Scuderia De Martino a gestione totalmente familiare, in un casolare di campagna; le gravi difficoltà economiche risolvibili solo con una vittoria finale, malgrado nel su citato casolare ci siano più o meno 500.000,00 euro in auto; l’arrivo in pista senza meccanici, con la preparazione della vettura affidata alle chiavi inglesi della protagonista; la folle ed impunita Italian Race, gestita dai “soliti” russi e corsa sulle strade vuote di Matera e dintorni; una vettura ufficiale del CIR apparsa dal nulla, giusto per il training della giovane pilota… Ok, tutto poco credibile, ma alla fine ci sta: è un film.

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Ma a prescindere dal “fattore motori”, com’è il film?
A me è piaciuto, molto. La storia di cadute e resurrezioni è bella, proprio perché per nulla favolistica e poco indulgente nei confronti dei protagonisti. Tutti i personaggi, anche quelli di contorno, sono borderline. Il “figliol prodigo” è un tossicodipendente, e nessuna bacchetta magica lo ritrasforma in principe: si rivedrà solo la sua umanità ed il legame ricostruito con la sua famiglia e la sua stessa storia.

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La giovanissima pilota è l’esempio degli adolescenti su cui i padri investono tutto per costruirgli addosso il loro sogno di gloria ed il materializzarsi delle loro passioni, togliendogli però la leggerezza e l’allegria di chi sta vivendo la sua giovinezza. Un personaggio, Giulia De Martino, che vuole richiamare tanti “baby campioni” messi su auto e moto (manche sui campi di calcio) dalle famiglie, e su cui giocano tutto come alla roulette. Ebbene, non tutti ce la fanno, e lei, con la morte del padre, era candidata a perder tutto per una puntata troppo alta. Ripeto, la storia non fa sconti ai De Martino, costruiti nel loro mito di motori, passione ed errori nei magnifici anni ’80, portando con loro anche le vite dei figli e nipoti.

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Vasi di coccio in un mondo difficile, in cui l’unica linfa per sopravvivere è il legame di sangue, ma anche di olio, benzina e talento: l’unica vera eredità del padre. Una storia ben raccontata, con alcune cadute di ritmo ma molto coinvolgente, in cui si ride delle debolezze e delle ingenuità ma senza giustificazioni per chi ha preso strade sbagliate, pur riuscendo a dargli un’umanità che fa propendere al perdono.

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Merito, ovviamente, della eccellente prova d’attore di Stefano Accorsi, trasfiguratosi nello scomodo Loris De Martino, un vero balordo che vive fuori dalla realtà (e che nulla, in realtà, a che fare con la storia di Carlo Capone, se non quella di una storia personale difficile dopo le glorie da rallista).

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La brava Matilda De Angelis è un fuscello che deve reggere il peso del ruolo di pilota, di madre putativa del fratello Nico (ma in realtà anche del maggiore, Loris) rimanendo però un’adolescente senza gioia, a cui solo l’incontro con lo scapestrato fratello, oltre ai guai, gli ridona l’umanità ed il sorriso. Personaggi drogati non solo dall’eroina, ma anche loro dalla passione per le auto e dall’ambizione. Ok, c’è il lieto fine, ma a misura di via Emilia, non di Sunset Boulevard.

Walter Veltri